Un opuscolo interessante

Quale inserto nell’edizione di marzo di «Schweizer Monat», appare in questi giorni uno studio del redattore economico della „Weltwoche“, completato da un saggio di Tito Tettamanti. Titolo dell’opuscolo: «Was hat der Bürger von den Bilateralen? Eine Kosten-Nutzen-Analyse aus ökonomischer Sicht» (Cosa guadagnano i cittadini dai bilaterali? Un’analisi costi/benefici dal profilo economico).

L’opuscolo conta 48 pagine. Riportiamo ai lettori del Bollettino UE-NO dei passi dal capitolo «Welche Zuwanderung aus der EU ist nach Kosten-Nutzen-Erwägungen für die Schweiz optimal?» (Quale immigrazione dall’UE è ottimale per la Svizzera dal punto di vista dei costi e dei benefici?). Pagine 18 e seg., i titoli intermedi sono stati inseriti dalla redazione UE-NO.

Benefici e costi

Il calo dei margini d’utile è un dato acquisito dell’economia, altrettanto quanto l’aumento (nel migliore dei casi la stabilità) dei costi. Riferito all’immigrazione, ciò significa che l’immigrato più produttivo, dal punto di vista economico, rende di più e costa di meno. Ogni immigrante supplementare crea, rispetto a chi l’ha preceduto, un beneficio inferiore e maggiori costi, che incidono per un tot percento sulla crescita annuale della popolazione. 

Lo studio completo

Il Bollettino UE-NO riporta ai suoi lettori un breve estratto dello studio menzionato sopra. Questo si basa su ricerche rivelatrici, tabelle e grafici, giungendo a delle convincenti conclusioni.

Le note contenute nello studio non sono menzionate nell’estratto presentato. 

Vi raccomandiamo di scaricare l’intero studio da:

http://schweizermonat.ch/uploads/assets/bilaterale.pdf

Come detto, tutti i nuovi lavori contribuiscono a confermare il risultato (secondario) - peraltro difficile da dimostrare - del KOF (Istituto d ricerca congiunturale dell’ETH di Zurigo; Red. UE-NO), secondo cui l’immigrazione supplementare causata dall’accordo di libera circolazione delle persone ammonterebbe a 12'500 persone l’anno. Inoltre, nella ricerca si presume che questi immigranti dall’UE siano mediamente più produttivi della popolazione indigena e che partecipino in maggior misura al mercato del lavoro, ossia che in media siano più attivi professionalmente della popolazione indigena.

Sono corretti i presupposti?

Questa procedura non è priva d’insidie, perché riduce gli immigranti, nel loro apporto all’economia svizzera, a una massa omogenea. La giusta domanda da porsi sarebbe invece: Quale immigrazione dall’UE è ottimale per la Svizzera dal punto di vista dei costi e dei benefici? La risposta a questa domanda non sta tanto in un numero massimo, quanto invece nella qualità dell’immigrazione: intendono gli immigranti stabilirsi a lungo termine in Svizzera e sono in grado di mantenere sé stessi e le loro famiglie senza gravare eccessivamente sulle infrastrutture della comunità? Contribuiscono a far crescere il PIL pro capite, oppure operano in settori ormai esauriti del mercato del lavoro? Come sarebbero i risultati se, con un’intelligente politica di migrazione, si riuscisse a tener lontano i 12'500 immigranti meno produttivi di provenienza UE? Oppure, come sarebbero i risultati se si potessero sostituire i 12'500 immigranti meno produttivi di provenienza UE con altrettanti, ma più produttivi, immigranti dal resto del mondo? 

Poiché si continua arbitrariamente a suddividere l’immigrazione netta dagli Stati UE di 55‘529 persone l’anno dal 2009 (senza frontalieri) in dipendenti dall’ALC (Accordo di libera circolazione) e in una parte non dipendente dall’ALC (43'029 persone), ci si dimentica del fatto che, ai fini di un’analisi economica costi/benefici dell’immigrazione, fa stato ovviamente l’immigrazione totale (netta).

La produttività degli immigranti

Il PIL pro capite, che costituisce il punto focale di questo lavoro, è un metro approssimativo per misurare la produttività di un’economia pubblica. L’immigrazione di persone mediamente più produttive della popolazione indigena, innalza il PIL (Prodotto interno lordo; Red. UE-NO) pro capite, un’immigrazione di manodopera meno produttiva, invece, lo abbassa. Se gli immigrati tramite la libera circolazione delle persone fossero in media meglio qualificati della popolazione indigena, ciò dovrebbe allora risultare nella produttività oraria.

Riguardo agli effetti della libera circolazione delle persone sulla produttività, i ricercatori ETH scrivono che un tangibile miglioramento del tasso di crescita del PIL pro capite grazie alla libera circolazione delle persone, «si registrerà solo se quest’ultima accelererà la crescita della produttività totale dei fattori (TFP - Total factor productivity)» (Graff & Sturm, 2015, Pag. 15). La quantificazione di tale effetto appare «allo stato attuale della conoscenza, perlomeno difficile».

In altre parole, non è stato finora dimostrato statisticamente che l’economia svizzera, con la libera circolazione delle persone, sia diventata più efficiente, nel senso che potrebbe produrre di più anche senza una modifica dei fattori produttivi. 

Un aumento della produttività dopo l’introduzione della libera circolazione delle persone non lo vede neppure lo studio che, su mandato del SECO, ha analizzato lo sviluppo della produttività lavorativa oraria. Questo è giunto alla conclusione che la produttività lavorativa in Svizzera in confronto ad altri paesi – compresi quelli industrializzati - da decenni aumenta solo poco. Mentre che la produttività oraria stessa non è cambiata tangibilmente per via dei Bilaterali, qualcosa si è mosso apparentemente nei suoi fattori determinanti: «Nel periodo 2003-2013, gli investimenti svizzeri in capitali non erano particolarmente bassi se considerati a sé, ma lo erano se messi in relazione all’impiego di manodopera. Ciò significa che gli investimenti non riuscivano a tenere il passo con la crescita dell’occupazione». Questo risultato è confermato se si raffrontano gli investimenti in capitale con l’estensione delle ore lavorative

La libera circolazione delle persone frena la crescita della produttività

Gli investimenti in capitale fisico erano, fra il 1985 e il 2002, il maggiore elemento trascinatore della crescita della produttività. La sua relativa importanza è diminuita dopo l’introduzione della libera circolazione delle persone, il che indica che quest’ultima ha avuto un effetto attenuante sulla dotazione media di capitale per i posti di lavoro. A differenza di un regime a immigrazione limitata, gli imprenditori hanno dovuto investire meno nel fattore capitale. 

Siamo di fronte a un dilemma: da una parte, secondo le statistiche del SECO, la libera circolazione delle persone ha attirato un numero sopra la media di immigranti altamente qualificati; dall’altra, la produttività oraria ha continuato a crescere solo lentamente. Da dove viene questa discrepanza? Una possibile spiegazione potrebbe essere la differenza fra la formazione ufficiale degli immigranti UE e la loro effettiva capacità di fornire un valore aggiunto (si pensi alla facile assegnazione di titoli accademici in certi paesi europei).

Una seconda spiegazione sarebbe che si considera il livello di formazione dell’immigrante, ma non quello dei rimpatriati. Un dottore in scienze informatiche tedesco che viene assunto nel 2008 da Google a Zurigo e che nel 2010si sposta in California, viene considerato immigrante ben qualificato nel 2008, ma non quando lascia la Svizzera. La suddivisione dei diplomi di formazione si ha solo nella valutazione dell’immigrazione lorda, ma non di quella netta. Assumendo che le persone altamente qualificate siano particolarmente mobili, se ne evince che il livello di formazione degli immigranti dall’UE che rimangono a lungo in Svizzera è più basso di quanto facciano supporre le statistiche sull’immigrazione lorda.

03.03.2016 | 2775 Aufrufe